La scuola di Precotto

 

Quella mattina, oltre alla scuola di Gorla, venne colpita anche la scuola del vicino quartiere di Precotto, che però ebbe sorte migliore; i bambini sebbene in numero più alto rispetto a Gorla, riuscirono a raggiungere il rifugio sottostante prima che le bombe cominciassero ad esplodere. Anche in questo caso uno degli ordigni centrò l'edificio scolastico, ma miracolosamente la struttura non crollò. Il parroco Don Carlo Porro insieme ad alcuni genitori prestarono le prime operazioni di soccorso per mettere in salvo gli alunni.

Persero la vita solo due bidelli ed un padre, il signor Lecchi, travolti dal crollo delle scale che portavano al rifugio, ma ormai i bambini si erano tutti salvati.

 

La scuola di Precotto, intitolata ad Antonio Rosmini, in un'immagine dell'epoca
Ed in un'immagine odierna che, purtroppo, ne evidenzia la trascuratezza nella manutenzione

 

 

testimonianza di Maria Marchiori Neris

Da allora è passato molto tempo, avevo solo otto anni, ma di quel giorno non dimenticherò mai l'angoscia che provai trovandomi sepolta viva nel rifugio sotto le macerie della scuola di Precotto.

C'erano 280 bambini.

Ricordo di aver sentito la sirena del cessato allarme, tutti i bambini erano radunati nell'atrio del rifugio pronti per uscire, quando cominciarono invece i bombardamenti.

Subito si sollevò un gran polverone ed io mi sentii scaraventata violentemente tra i miei compagni.

Improvvisamente il buio e la paura, tutti urlavano terrorizzati, e non capivamo cosa fosse successo.

Non so quanto tempo sia trascorso, non si vedeva nulla, quando ad un tratto da un finestrino, l'unico rimasto intatto nel crollo, filtrò una lama di luce: sembrava polvere d'oro ...

Cercammo in tutti i modi di richiamare l'attenzione mentre dall'esterno si sentivano le grida di disperazione delle persone accorse per salvarci, tra cui mio padre.

Affannosamente cercavano di spostare le macerie cercando di creare un varco per farci uscire e finalmente ci riuscirono.

Schiacciata contro un muro mi trascinarono verso quella via di salvezza, fui la 123a ad uscire quando mi accorsi di avere ancora in mano, non so come, la mia cartella, due lire ed il colletto.

I bambini si salvarono tutti mentre due bidelli ed un papà (si chiamava Lecchi) rimasero uccisi nel crollo delle scale.

Stretta tra le braccia di mio padre sentivo intorno a me urla strazianti, imprecazioni contro i responsabili della guerra, confusione e disperazione.

C'erano morti sparsi in strada e sul tram fermo davanti alla scuola.

La bomba creò una voragine in mezzo al viale Monza e le rotaie del tram sembravano quelle di un ottovolante.

Mio padre mi disse che Don Carlo Porro entrò nel rifugio per controllare che tutti fossero salvi e appena tornò fuori tutto crollò.

 

 

Altre testimonianze raccolte dal periodico "Precotto News"

n. 57 ottobre-2014

 

Ricordi di Ferruccio Bergomi, abitante in via Bressan

Facevo la quarta elementare. Ad un certo punto suona l’allarme, abbiamo sentito fischiare l’arrivo delle bombe, che cadevano tutto intorno alla scuola a 30-40 metri. Abbiamo fatto appena in tempo a rifugiarci nello scantinato. Sono uscito tra i primi, il terzo a salvarsi, perché il maestro aveva detto ai più grandi di andare avanti: c’era un polverone che non finiva più.

Siamo stati così, al buio per dieci minuti, pieni di paura, quando su in alto si è aperta la finestrella ed è arrivato don Carlo a tirarci fuori. Il quale, avendo visto gli aerei bombardare, ha pensato subito di venire alla scuola a mettere in salvo gli scolari. Sono scappato su.

Appena fuori, sono stato colpito da alcune scene raccapriccianti: davanti alla scuola c’era una buca enorme con un cavallo a terra, completamente sventrato. In viale Monza un tram con tutti i vetri rotti. Poi in via Bressan una donna a terra, morta, con il pane sparso per la strada...

Lungo la strada correva la gente del quartiere verso di noi chiedendo dei propri bambini. La salumiera aveva una figlia della mia età e chiedeva: "La mia Giulia… te ghè vist la mia Giulia?" Mi savevi gnent, (la mia Giulia... hai visto la mia Giulia? Io non sapevo niente). Sono scappato a casa. Quando sono arrivato a casa, mi sono accorto che avevo dimenticato il cappello, e volevo tornare indietro. Un mio amico, un certo Matti, aveva preso dei mattoni o dei calcinacci in testa ed è andato a medicarsi in via Rucellai, dove stava la Croce Rossa.

 

 

Ricordi di Rita Redaelli, moglie di Ferruccio Bergomi

A Gorla è morta mia zia, Maddalena Redaelli, faceva la bidella: l’hanno trovata morta sulle scale, con due scolari in braccio, morti anche loro.

 

 

Testimonianza di Alberto Mauri

In ottobre ho compiuto 71 anni, ma è sempre vivo in me il ricordo di quel tragico giorno di 64 anni fa, quando fu distrutta dai bombardamenti la mia scuola Antonio Rosmini. Ho ancora davanti agli occhi, come in un brutto sogno, quei terribili istanti che precedettero la caduta delle bombe sulla scuola e i momenti che seguirono:

… Da pochi minuti ci trovavamo tutti assiepati nel rifugio antiaereo, nel sotterraneo della scuola, ciascuno di noi scolari con la propria cartella stretta nella mano, con la maestra che faticava a mantenere la disciplina.

Nessuno di noi bambini era più preoccupato del solito. Ci eravamo forse abituati agli allarmi, alle sirene e agli scoppi che si udivano in lontananza. Scherzavamo tra di noi, come sempre, anche quando iniziarono i bombardamenti. Si sentiva ben nitido il sibilo delle bombe che cadevano nei pressi, ma noi, bambini inconsci del pericolo, ci divertivamo persino ad imitare tali sibili con dei fischi prolungati.

Ecco che il sibilo delle bombe si fa sempre più acuto, più forte, più vicino, è un istante: un fortissimo boato, le luci si spengono, tutto trema terribilmente, tutto ci scuote, poi segue un attimo di profondo e tragico silenzio. Le maestre ci invitano a star calmi, a non muoverci.

Passarono non so quanti minuti al buio, ammutoliti, respirando polvere. Io mi sentivo un sepolto vivo, ero terrorizzato.

Poi, finalmente, ecco aprirsi uno spiraglio di luce lassù in alto, quasi sul soffitto. Tutti ci accalchiamo verso quel varco di luce che si fa via via più ampio. Salgo su dei detriti che si erano accumulati presso il varco aperto, e ancora sotto choc, nella calca, lascio cadere la mia cartella (fino ad allora l'avevo tenuta ben stretta nella mia mano), sui detriti, prima di venire afferrato da più braccia. Erano le braccia di don Carlo e di mia madre, che con altri volontari erano subito accorsi sul posto. Appena fuori dal varco mi appare una spettacolo desolante: una luce abbagliante, la scuola era scomparsa, non riconoscevo più il luogo (eppure il posto avrebbe dovuto essermi familiare perché abitavo a poche decine di metri dalla scuola).

Inebetito e sconvolto subito ricevo due bei ceffoni rigeneratori e uno spruzzo d'acqua sul viso che mi hanno come svegliato da un incubo. Mi hanno fatto immediatamente stendere tra le macerie nei pressi perché era ancora in corso il bombardamento. Non ricordo altro...

 

 

Un ricordo ed una poesia di Alberto Mauri in memoria di Don Carlo Porro (novembre 1999)

Non solo ha salvato la vita a me ed ai miei compagni, don Carlo è stato per me un vero padre, un compagno di giochi, un vero amico, un uomo santo. Ricordo ancora molto bene quando si correva dietro al pallone, lui lo nascondeva sotto la veste e non se lo faceva portare via facilmente.

Giocava sempre con noi bambini, facendosi bambino anche lui. Per consentire a tutti i noi bambini di assistere al teatro dei burattini, distribuiva i soldini ai più bisognosi (io ero tra questi) per l'acquisto dei biglietti per lo spettacolo.

Quanto ho pianto alla sua morte. Lo vedo ancora lì nella bara aperta con la sua corda e la piccozza da alpinista, in fondo alla chiesa... Una decina d'anni fa l'ho ricordato in una poesia pubblicata sul giornalino del Centro Culturale di Cambiago, dove abito dal 1973.

 

Don Carlo Porro

Don Carlo Porro, parroco di Precotto, scomparso nell'agosto 1947 in un incidente alpinistico sul monte Disgrazia

Una lapide lo ricorda nella Parrocchia del quartiere di Lampugnano (MI)

 

Amis di Pret, di Alberto Mauri

 

Quand seri anmò on fiolett

Mè mader la me diseva con affett:

"Se te voeuret andà sicur in Paradis

Te devet avegh on pret per ver amis".

 

E mì fin da piscinin me son daa subit de fà,

Tant che i primm s'giaffi hoo ciappaa dal curaa.

L’era el dòn Spada in persòna, on pret esigent…

 

On alter pret el m’ha tiraa foeura di maceri e da la terra,

Quand hann bombardaa la mia scòla al temp de guerra.

Don Carlo (medaia d’òr) l’ha salvaa mì e tucc i mé amis,

E poeu anca lù l’è andaa a stà mei de cà, in Paradis.

Quando ero ancora un ragazzino

mia madre mi diceva con affetto:

"Se vuoi essere sicuro di andare in Paradiso

devi avere un prete per vero amico".

 

Ed io fin da piccolo mi sono subito dato da fare,

tanto che i primi schiaffi li ho presi dal curato.

Era Don Spada in persona, un prete esigente...

 

Un altro prete mi ha estratto dalle macerie e dalla terra,

quando hanno bombardato la mia scuola al tempo di guerra.

Don Carlo (medaglia d'oro) ha salvato me e tutti i miei amici,

e poi anche lui è andato ad abitare in un posto migliore, in Paradiso.

 

 

Un racconto di Silvio Mengotto dedicato ai bambini della Scuola di Gorla

Il diario nel Naviglio

Come cuccioli curiosi le classi di quarta elementare camminavano per vedere il naviglio Martesana nel quartiere di Gorla, l’ultimo canale scoperto di Milano, antichissimo corso d’acqua costruito da quel genio toscano di Leonardo Da Vinci molti secoli fa. L’euforia dei bambini saliva come una mongolfiera nel cielo. L’aria elettrica pulsava negli occhi di tutti gli scolari in fila per due con le maestre.

"Ecco il ponte sulla Martesana" gridò Rebecca.

"Tu non sai quante volte sono passata con mio nonno" disse euforica all’amica Veronica, capelli neri ricciuti che contornavano due occhi egiziani. La classe si fermò proprio sul ponte vecchio di due secoli. La fretta, e l’ansia di scrivere, giocò un brutto scherzo a Rebecca. Preso il diario color fuxia, che amava tanto, le scivolò dalle mani è finì, con un volo pindarico, nel canale Martesana. Splash !!!!! Buon viaggio! Rebecca non si spiegava l’accaduto e si mise a piangere, ma venne consolata all’istante dalla maestra e dalle amiche.

"Non so come sia potuto accadere" continuava a ripetere Rebecca.

La piccola non aveva tutti i torti. Rebecca non riusciva a spiegarsi perché, proprio un attimo prima che il diario scivolasse nel canale, aveva avvertito uno strano refolo di vento. Per una frazione millesimale di secondo quel refolo le sembrò dolce e, allo stesso tempo, gagliardo come un messaggio improvviso ma indecifrabile.

I bambini sprizzavano meraviglia nel vedere sguazzare dei pesci nel naviglio, per non parlare delle grosse nutrie che, come anomali castori di città, scivolavano nelle acque.

La classe ritornò a scuola per l’ora di pranzo. Attraversato il ponte la maestra arrivò in Piazza Piccoli Martiri dove un monumento altissimo, raffigurante una donna velata con in braccio un bambino morto, ricorda ai passanti che duecento bambini della scuola elementare di Gorla nell’ultima guerra furono uccisi da una bomba il 20 ottobre 1944 sganciata durante un’incursione aerea sul quartiere. Con i bambini morirono anche maestre e bidelli. Dopo la guerra, a pochi passi dal monumento, sorse un monastero delle clarisse.

La maestra si accorse che, stranamente, il cancello del monumento era aperto, come se fosse un invito esplicito ad entrarvi. Tutta la classe scese sotto la piccola cripta dove duecento fiammelle illuminavano il silenzio e la memoria. Prima di una preghiera comune, anche in quella circostanza Rebecca avvertì lo stesso refolo di vento, dolce e gagliardo, avvertito pochi istanti prima di perdere il suo inseparabile diario zeppo di appunti e racconti.

Il 20 ottobre, come si ripete dal 1944, la folla del quartiere con il sindaco, le autorità civili e religiose, celebrano una Messa davanti al cippo funerario in Piazza Piccoli Martiri dove, a caratteri cubitali, si legge "Ecco la guerra". Erano passati settant’anni dalla tragedia!

Quel giorno nel tardo pomeriggio davanti al monumento passò la piccola Rebecca.

"Ciao Rebecca, ti aspettavo" disse una bambina che all’improvviso sbucò dal cippo con un diario color fuxia in mano.

"E tu chi sei – rispose Rebecca –, non ti conosco."

"Hai ragione, mi chiamo Rosita. Ti ho vista tempo fa sul ponte insieme a tutti i bambini e bambine della tua classe, ma non potevi vedermi ero invisibile."

"Se eri invisibile perché oggi ti vedo?" domandò Rebecca stupita e incredula.

"Come i miei duecento amici – rispose Rosita – dopo lo scoppio della bomba siamo morti e sepolti sotto un buco nero incenerito dalle macerie. Dopo pochi secondi siamo rinati e, se pur illuminati da un tunnel di luce accecante, eravamo invisibili agli occhi degli uomini. Solo nel giorno della commemorazione diventiamo misteriosamente visibili per vivere un giorno la nostra infanzia tagliata dalla violenza. Come vedi ho ancora la tua stessa età, non quella di una ottantenne come vorrebbe il tempo"

"Per voi – domandò sorridente Rebecca – il tempo si è fermato?"

"In un certo senso si è fermato nell’eternità – rispose Rosita – ma ti devo confessare un segreto."

"Quale?" rispose curiosa Rebecca.

"Noi duecento bambini, con le maestre e i bidelli, non possiamo allontanarci dal monumento costruito proprio dove sorgeva la nostra scuola."

"O bella, perché?" ribatte Rebecca.

"Perché – rispose Rosita – continuiamo a giocare, leggere, disegnare, scrivere racconti, far di conto e, come voi, vivere l’infanzia che ci è stata distrutta. Ti sembrerà strano, ma anche noi costruiamo il futuro. Ogni anno, a rotazione, ritorniamo misteriosamente visibili, ma se ci allontaniamo dalla nostra casa ritorniamo invisibili"

Lo stupore di Rebecca aumentò sino a toccare il cielo azzurro che amava descrivere nei suoi racconti scritti sul diario fuxia che, incredibilmente, vedeva tra le mani di Rosita.

"Sei proprio una bambina speciale – disse Rebecca – spiegami come sei riuscita ad avere il mio diario?"

"La verità – rispose Rosita – è che noi duecento bambini invisibili vi seguivamo curiosi, come voi, di sapere la storia del canale che passa vicino alla nostra casa. Eravamo così felici di vedervi e, a nostro modo, vi abbiamo abbracciato così forte che, sensibile come sei, hai avvertito uno strano refolo di vento dolce e gagliardo. Proprio in quella frazione di secondo il diario ti è scivolato nel naviglio. Quando ti ho visto piangere ero così commossa che mi sono tuffata nel naviglio e nuotando per un miglio sono riuscita a recuperarlo. Ti sembrerà strano ma per questo ti aspettavo, ero sicura di incontrati. Come dice un poeta caro a tuo nonno "Il futuro entra in noi prima che accada". Il futuro mi sussurrò che ti avrei rivista per restituirti il tuo prezioso diario fuxia. Sono sicura che tra le storie scritte ci sarà anche quella di duecento bambini commossi di gioia quando, nel silenzio della cripta, con la vostra preghiera avete parlato con noi. Quelle duecento fiammelle tremanti erano mosse dalle onde di gioia e di amore. Ciao Rebecca, insieme ai tuoi compagni di scuola ogni anno vi aspetteremo sul ponte vicino alla nostra casa."

 

 

continua