Le testimonianze
Queste testimonianze (se non diversamente specificato) sono state raccolte dal dottor Achille Rastelli principalmente fra il 1994 ed il 2000, e sono presenti sul libro "Bombe sulla città" (vedi pagina). Sappiamo che sono numerose, ma vi chiediamo lo stesso di trovare il tempo necessario a leggerle tutte; solo così vi sarà possibile avere un'idea completa degli avvenimenti di quella mattina.
Prima di iniziare la sequenza delle testimonianze, desideriamo pubblicare il racconto della signora Elisa Zoppelli Rumi che narra la vera storia del Monumento ai Piccoli Martiri
Per evitare che il tempo ne disperda il ricordo e per stabilire una volta per tutte la verità, io, che nella tragedia ho perso due figli, desidero raccontare la vera storia del Monumento ai "Piccoli Martiri di Gorla".
Il monumento ossario ai Piccoli Martiri della scuola di Gorla è sorto per volontà dei genitori delle vittime di quel tragico 20 ottobre 1944. Il terreno dove sorgeva la vecchia scuola, dopo la tragedia dove perirono i nostri cari figli, era stato messo in vendita dal Comune per la cifra di Lit. 6.000.000 (seimilioni) che, secondo quanto si diceva in giro, sarebbe stato utilizzato per la costruzione di un cinema. Lo ricordo con angoscia come se fosse ora; noi genitori, indignati, decidemmo di fare un esposto in Comune e istituimmo un comitato. Mio marito ed altri padri delle vittime si recarono a Palazzo Marino per ottenere la concessione del terreno sopra il quale sorgeva la scuola, ma poichè non si riusciva ad ottenerla, in quanto volevano effettivamente costruire un cinema, mio marito si alzò in piedi e disse queste testuali parole: "Ma la vita dei nostri figli vale dunque così poco?". A questo punto il sindaco, avvocato Antonio Greppi, commosso, allargò le braccia e rispose: "Sono padre anch'io... fate del terreno quello che volete".
Così si ottenne non solo l'appoggio del Comune, ma anche del sindaco, che riconobbe ufficialmente il nostro comitato a tutti gli effetti. Questo comitato per le onoranze ai Piccoli Martiri era così composto: dottoressa Tita Montagnani (moglie del senatore Montagnani), avvocato De Martino (reduce da Mauthausen), dottor Mario De' Conca, mio marito signor Luigi Rumi, signor Giovanni Zamboni e signor Gino Boerchi.
Il desiderio di noi genitori era di erigere un Monumento Ossario per tenere uniti i nostri figli e ricordare al mondo il sacrificio di tante vittime innocenti della guerra. Una parte della popolazione di Gorla, invece, tra i quali il Parroco d'allora, osteggiava la costruzione di questo Monumento, dicendo che quello non era un luogo sacro e preferiva che, con i fondi che sarebbero stati raccolti, si fosse costruito un asilo in parrocchia. Noi genitori, compatti, ci adoperammo in mille modi per procurarci i fondi necessari per avviare i lavori. I padri cominciarono la pietosa opera di scavare fra le macerie della scuola ed a togliere ad uno ad uno i mattoni, alcuni dei quali riportavano tracce evidenti dell'accaduto. Ogni mattone, se era in buono stato, valeva due lire, se era rovinato una lira soltanto. Quante lire mi sono passate per le mani e quante ne ho incollate e riordinate, stirandole! Ma il ricavato della vendita era troppo poco. Cominciammo a raccogliere e vendere i tappi di stagnola delle bottiglie del latte, anche se questo ricavato era insufficiente. Contribuimmo poi alle spese in parte anche noi genitori e quante privazioni subimmo, perchè subito dopo la guerra la vita era molto cara e difficile per tutti. Intervenne allora la dottoressa Montagnani, che ci venne in aiuto organizzando al teatro alla Scala una serata di beneficienza e così poterono iniziare i lavori. Occorrevano però altri fondi e così la dottoressa Montagnani ci venne ancora in aiuto procurandoci del ferro, gentilmente offerto dalle Acciaierie Falck, in modo tale che il ricavato della vendita sarebbe servito per la prosecuzione dei lavori. La Rinascente, per la sua sede distrutta dalla guerra, avanzò del marmo di Candoglia e ce lo offrì: questo marmo venne utilizzato per l'approntamento dei loculi delle nostre vittime. Venne in seguito organizzato un concorso tra alcuni scultori per eseguire un bozzetto del Monumento da dedicare ai nostri bambini e fra questi scegliemmo quello più adatto, realizzato dallo scultore Remo Brioschi. Detto bozzetto raffigurava una mamma piangente sulle cui braccia distese è adagiato il figlioletto morto per la guerra. Questo scultore si commosse e ci aiutò: realizzò l'opera d'arte chiedendo un compenso minimo. I fondi erano però ancora insufficienti e decidemmo allora di far stampare alcune cartoline raffiguranti il bozzetto e di venderle nelle scuole con l'approvazione del Provveditore agli Studi, professor Mazzuccanti. Con molti sacrifici noi genitori ci autotassammo ancora per poter ultimare i lavori e allo stesso tempo dare un contributo per l'asilo della parrocchia. Finalmente il 20 ottobre 1947 si potè inaugurare il monumento, la cui madrina fu la dottoressa Montagnani, assistita dalla bambina Anna Maria Redaelli. I problemi però non erano finiti perchè i responsabili dell'eccidio offrirono una forte somma perchè il Monumento venisse demolito in quanto era una prova evidente del loro gravissimo sbaglio che li aveva portati a sganciare le bombe sulla scuola di Gorla invece che sullo scalo ferroviario di Greco. Nelle fondamenta del Monumento Ossario è stata posta una pergamena con i nomi dei fondatori del Comitato del Monumento ai Piccoli Martiri, oltre a quello del sindaco Antonio Greppi e di Tita Montagnani. A tutte queste persone, ormai quasi tutte decedute, sono subentrate nel Comitato i loro figli, aiutati dall'Associazione Nazionale Vittime Civili di Guerra che ogni anno, nella ricorrenza, organizzano la triste commemorazione. Con il passare degli anni, a poco a poco, dai vari cimiteri della zona fu possibile riunire le diverse cassettine ossario e, a gruppi, accompagnarle con cerimonia religiosa, ricoperte da drappi rosa o azzurri, al luogo della tumulazione. Ora da anni sono tutti riuniti con i loro insegnanti nel lougo dove perironi e chiedono che il loro sacrificio non sia stato vano, ma sia monito per allontanare lo spettro della guerra. Questa è la vera storia del Monumento Ossario dei Piccoli Martiri di Gorla, eretto con grande sacrificio dai loro genitori.
questa testimonianza, a differenza delle altre, è tratta dal racconto di Gina Fiorentini alla giornalista Bruna Bianchi del quotidiano "Il Giorno" in occasione della ricorrenza alcuni anni or sono
Il mio Dario Sepolto vivo mentre cercava rifugio...
Le mamme avevano gli occhi
sbarrati dal dolore. «Ero ferma davanti alle macerie della scuola crollata, ci sono stata
per ore, e il mio bambino era là sotto. Era di venerdì, soltanto alla domenica mio
marito l'ha trovato all'obitorio, tutto nudo ma bello, l'ha riconosciuto dai capelli che
erano biondi. A fianco a lui c'erano dei sacchi con pezzi di bambini».
Una delle mamme «con gli occhi sbarrati e instupidite dal dolore», come furono descritte
all'epoca, simbolo delle 200 che hanno perso i loro figli per colpa della guerra, ha 87
anni. Vive a Bergamo da 32 e ogni anno si trova lì, in silenzio dignitoso, davanti al
monumento in che ammonisce a lettere cubitali: «Ecco la guerra». Piange ancora, 59 anni
dopo, Gina Fiorentini, all'anniversario della più commovente strage italiana avvenuta
durante la seconda guerra mondiale. Li hanno chiamati angeli, creature innocenti. Col
tempo si sono conquistati l'appellativo onorevole di «Piccoli Martiri di Gorla». Nella
piazzetta alle spalle di viale Monza, a ridosso della Martesana, dove una volta c'era la
scuola elementare Francesco Crispi, ci sono solo ricordi amari per una manciata di mamme
ancora vive. Dario Franchi nel 1944 era un alunno di prima elementare. «Aveva sette anni
perchè ha dovuto ripetere, è stato bocciato. Non era colpa sua, sono io che ho scoperto
che la maestra lo picchiava col righello e l'ho detto alla direttrice. Era buono Dario, e
aveva paura di tutto. Degli aerei non ne parliamo, si tappava le orecchie, poverino.
Quella mattina è andato a scuola con i suoi compagni e io l'ho fermato sulla porta
perchè ho visto che aveva l'orlo del grembiulino nero scucito. Gliel'ho attaccato di
corsa e ho pensato «chi cuce indosso va nel fosso». Mio Dio, che pensiero mi è venuto,
alle 11 e 25 la bomba me l'ha portato via per sempre». Gina Fiorentini faceva la sarta in
casa, il marito l'operaio alla Breda. Alle 11 e 20 suona la sirena, ma solo la seconda,
non quella che avvertiva per tempo dell'avvistamento degli aerei. Erano 100 bombardieri
alleati diretti da Foggia alle fabbriche metalmeccaniche oltre la ferrovia di Greco, la
Breda, la Falck, la Marelli. Uno di loro si stacca dal gruppo e sbaglia rotta, un errore
di 22 gradi che gli impedisce di sganciare sull'obiettivo. Pur di liberarsi del carico, o
chissà perchè, il pilota americano decide di sganciare dove si trova: sotto di lui vede
case e strade, ma sgancia ugualmente. Una bomba centra la scuola di Gorla, le altre a
tappeto radono al suolo l'area periferica di Milano che alla fine raccoglie 635 cadaveri.
Fanno in tempo a scendere in rifugio gli alunni della scuola elementare di Precotto e si
salveranno tutti. Non ce la fanno invece quelli di Gorla. «Era una giornata limpida e
quei delinquenti hanno sbagliato. Quando ho sentito il colpo forte sono uscita per strada,
come tanti. Abitavo in via Asiago ed ero in ciabatte, subito incontro uno in bicicletta
che mi dice la scuola di Gorla è venuta giù tutta, ci sono solo macerie. Ho creduto di
impazzire. Mio marito non lo trovavo, nessuno rispondeva al telefono della Breda, credevo
fosse morto anche lui e invece quando alle 4 e mezza sono tornata a casa, ero stata lì
tante ore senza trovare il mio Dario e senza poter fare niente, mi viene incontro e ci
siamo abbracciati forte. Aveva saputo cos'era successo solo poco prima, all'uscita dalla
fabbrica». Nove anni dopo la morte del suo bambino, Gina Franchi ha avuto un altro figlio
e l'ha chiamato Dario: «Insegna ai ragazzi, è nato per insegnare. E' un uomo giusto».
Nella cripta dove riposano i 184 piccoli più i 20 che abitavano nelle vicinanze, neppure
Gesù ha parole di pietà per gli errori umani: «E vi avevo detto di amarvi come
fratelli».
testimonianza di Anna Bassis Ferrè
Io e mio marito lavoravamo in una legatoria e Margherita, pur avendo solo 8 anni, si preparava ed andava a scuola da sola. Era gia una donnina giudiziosa. Anche quel triste venerdi 20 ottobre 1944 l'avevamo salutata prima di andare al lavoro, convinti di rivederla felice al nostro ritorno, ma purtroppo come tanti altri scolari (quasi tutti) non ha fatto più ritorno a casa. Appena saputo della scuola bombardata, siamo accorsi, ma non l'abbiamo trovata. Avendo dei nostri parenti vicino al Cimitero Monumentale, siamo stati da loro ospitati una notte, non ce la sentivamo di tornare nella nostra casa da soli. Al mattino presto siamo andati a cercarla. L'abbiamo trovata vicino alla sua maestra, la signorina Bianca Colombo. Il dolore per la sua perdita è stato immenso. Dopo circa un anno ho avuto un altro bambino che avrebbe dovuto lenire in parte la nostra disperazione; è vissuto però solo dieci giorni. Nel 1947 è nato un altro figliolo, ma anche lui mi ha lasciato troppo presto! Ho una nipote diciottenne, sua figlia, ma io vivo sola con i miei cari tristi ricordi. In particolare mi ritrovo spesso a parlare con la mia adorata bambina.
testimonianza di Tosca Beccari
20 ottobre 1944: una data stampata nella memoria, nonostante all'epoca avesi solo 8 anni. La scuola era cominciata da pochi giorni, in quegli anni le lezioni iniziavano il primo ottobre. Quel giorno era terso ed il sole brillava insolitamente per essere il mese d'ottobre. Io frequentavo la scuola elementare delle Suore Preziosine, vicino a casa mia, in via Padova. le classi erano state ricavate nel retro dell'abside della Chiesa di San Giuseppe dei Morenti; ad ogni piano corrispondeva una classe. Quel giorno al suono del piccolo allarme, le Suore ci fecero scendere le scale ordinatamente ma molto in fretta e ci portarono nel sotterraneo della Chiesa che aveva grandi pilastri a sostegno del grande edificio; le pareti del sotterraneo però non erano ancora state erette, quindi dalle fondamenta della Chiesa si vedeva l'esterno. Scendendo le scale gia si sentivano scoppi di bombe sempre più vicini: ormai avevamo imparato a riconoscere la vicinanza del pericolo. Nel sotterraneo, le Suore ci misero a gruppetti intorno ai pilastri e intonarono preghiere e canti liturgici per distrarci, ma ad ogni scoppio che si udiva noi bambini urlavamo per la paura. Finito il bombardamento le Suore ci fecero andare nel refettorio e si disposero a distribuire un po' di latte per rincuorarci, ma io scappai dalla scuola e me ne andai a casa. Nel cortile di casa le persone gia commentavano la notizia del bombardamento di Gorla. Ad un certo punto un signore che lavorava a Greco venne a casa in bicicletta e disse ai presenti che era stata rasa al suolo la scuola di Gorla. Io allora dissi: "ho due cugine che frequentano quella scuola!". Arrivarono a casa dal lavoro anche i miei genitori e con loro andai a casa della nonna, il luogo dove tutta la famiglia si riuniva nei momenti più difficili di quei terribili anni. Trovammo i nonni e tutto il resto della famiglia in preda alla disperazione e la nonna, con un pianto straziante, ci raccontò che le bambine erano sotto le macerie della scuola e che non si trovava più anche la zia e la cuginetta più piccola di due anni. I fatti si erano svolti così: mia zia, sentito l'allarme, da via Asiago dove abitava era corsa con la bambina più piccola alla scuola per prendersi le figlie più grandi, una di otto e l'altra di dieci anni, ma giunta a scuola cominciarono a bombardare e allora, per non rimanere allo scoperto era entrata nell'edificio. Morì insieme alle tre figlie. Mi ricordo giorni terribili: lo zio, fratello di mio padre, inebetito con la famiglia completamente annientata; la ricerca dei corpi, poichè le vittime man mano che venivano estratte, erano portate negli obitori dei vari ospedali della città; lo strazio ed il dolore che impediva di identificare le nostre care. Finalmente, mia mamma e mia zia riconobbero i corpi prima della zia e poi delle sue figlie dalle magliette intime che la nonna confezionava a tutte le nipoti riciclando vecchia lana. Ai funerali c'era tutta la gente di Crescenzago, Gorla e Precotto: tre piccole bare bianche, la più piccola adagiata sopra quella della mamma. La disperazione, l'angoscia, il dolore sono ricordi vivi, nonostante siano passati tantissimi anni. La nonna vestita di nero con lo scialle nero intorno alla testa era l'immagine dell'Addolorata. Lo zio non è mai riuscito a superare questa tragedia, nonostante si sia risposato, forse per cercare di sopravvivere. I suoi occhi erano sempre pieni di lacrime ogni volta che incontrava noi nipoti. Voglio infine aggiungere una cosa che mi pare estremamente ingiusta: quando a Gorla, nel luogo dove sorgeva la scuola, eressero il monumento con l'annesso ossario, le Autorità negarono il permesso di collocare le ossa della mamma e della figlia più piccola con quelle delle figlie più grandi, in quanto solo queste erano alunne della scuola. Sono morte insieme e noi non abbiamo voluto dividerle in nessun modo, perciò esse sono sepolte nel Cimitero di Musocco. Quattro cellette, una accanto all'altra, a testimoniare l'assurdità della guerra. Esse vivranno sempre nel ricordo della famiglia Beccari e di tutti quelli che vissero quei giorni.
testimonianza di Pierina Cesarotti
Sono la sorella minore di una ragazzina di 14 anni che purtroppo perì quel giorno. Si chiamava Margherita Cesarotti ed era nata a Soncino (CR) il 9 maggio 1930: abitavamo allora nei pressi della scuola, in via Asiago 56. Mia sorella, superata la quinta elementare, come d'uso in quei tempi era apprendista da una sarta che abitava in una cascina davanti alla scuola. Il tremendo bombardamento coinvolse tutta la zona circostante; mia sorella si trovava seduta davanti alla macchina da cucire che la schiacciò sotto il suo peso, ferendola gravemente al viso ed alla testa, accecandola. fu deposta per errore fra i bambini morti, dove nostro padre la trovò dopo affannose ricerche in tutti gli ospedali. Era gravissima, ma ancora viva. Vani furono i tentativi di salvarla, la sera stessa morì. Non era più un alunna, ma venne sempre ricordata con le altre piccole vittime della scuola.
testimonianza di Ester Faccetti Colombo
La mia casa distava pochi isolati dalla scuola Francesco Crispi. Anche quella mattina mi avviavo con la cartella in mano, accompagnata da mia madre. Entrammo in classe ed iniziammo subito le lezioni; la mia insegnante stava spiegando dei problemi quando all'improvviso suonò l'allarme che preannunciava il pericolo: erano circa le 11,30. Una quarantina di apparecchi nemici apparsi nel cielo sganciavano delle bombe sulla città. I bambini suddivisi nelle classi erano stati avviati al rifugio: i più piccini l'avevano già raggiunto, gli altri erano ancora sulle scale. Ricordo esattamente l'ammasso dei miei compagni che si sovrapponevano l'uno all'altro per raggiungere il più in fretta possibile la cantina. Arrivai alla svolta dell'ingresso, nel corridoio, dove c'era una porticina di legno marrone che conduceva al rifugio e, di fronte ad essa, un'altra porta a vetri con dei gradini che davano sulla scala. I bambini gridavano ed il bidello, per tenerli a bada, teneva le braccia e la gambe aperte proprio sulla porta vetrata cercando di non fare uscire alcun bambino. Feci uno scatto folle, passai tra le gambe del bidello e sgattaiolai sulla strada, trascinando con me anche una mia amica, Luigia Magni, che abitava nella mia stessa via. Fu una corsa all'impazzata e , a distanza di pochi secondi, la bomba assassina attraversando i due piani dell'edificio scolastico, finì sulla scala. Il rovinio di essa ed il peso delle macerie sfondavano il pavimento del piano terreno, diventando nel volgere di un istante un'ecatombe d'innocenti. Lo spostamento d'aria mi scaraventò sui gradini del mio portone ed una scheggia mi colpì ad un braccio. Mi trascinarono all'interno del portone e tra lo spavento, il dolore e lo scroscio dei vetri rotti risalii le scale. Aprii la porta di casa mia e vidi mia madre, che dal balcone aveva assistito allo scempio, urlare come una pazza. Aspettava un bambino e subì le conseguenze di quella vista straziante e disumana morendo dopo pochi mesi. Ancora una volta la barbarie anglo-americana si era scatenata sulla nostra Milano e sulla mia famiglia. Era il 20 ottobre del 1944.
testimonianza di Francesco Cominetti
Cinquant'anni sono passati, una tregedia che non si può dimenticare. Un quieto venerdi d'autunno con il cielo sereno, pulito, aria tiepida, senza un filo di vento. Anno tremendo di guerra, i bambini sono a scuola, le fabbriche lavorano, giornata tranquilla fin dopo le 11, quando suonano le sirene. Sinistro rumore d'aeroplani sul nostro rione, gente in cerca di rifugio con paura, spavento. Ho visto le bombe venire giù rovinosamente: muri, platani, tram, persone colpiti dagli spezzoni, case e officine sventrate, una disperazione. Tra le vittime due miei cari compagni, lavoravamo assieme, morti a soli diciotto anni; sul vialone un cavallo sotto il suo carretto, colpito, sta tirando i garretti. La scuola "Crispi" colpita da una bomba, per duecento scolari e maestre una tomba. Genitori disperati, han perduto la casa e i loro figlioletti, solo il dolore e rimasto loro. Frugano con affanno fra muri pericolanti in cerca di feriti, sentito qualche lamento. Tutti questi bambini massacrati erano innocenti, con questo tremendo conflitto loro non c'entravano niente. Cinquant'anni da quel giorno sono già passati e nessuno ha ancora capito perchè l'hanno fatto; forse, forse si sono accorti d'aver sbagliato... E' stato uno degli ultimi attacchi dal cielo sulla nostra città; tutte le volte che passo davanti al monumento mi fermo e penso: quel venti di ottobre io sono stato graziato, le bombe mi sono scoppiate vicine ed io mi sono salvato.
testimonianza di Antonio Fontana
Avevo da poco iniziato la prima media a Turro. Due notti prima il famigerato "Pippo", aereo da ricognizione, aveva colpito nei pressi della scuola che frequentavo. Il Preside, coi professori, decisero di lasciarci a casa quel mattino. Essendo venerdi, con la mamma andammo al mercato in cerca di qualche provvista. Tornammo a Gorla verso le 11,30 quando, all'improvviso ci trovammo nel mezzo del bombardamento; ci riparammo alla meglio sotto una siepe che delimitava una proprietà in via Bertelli. Passato il peggio e calato il gran polverone, essendo illesi, ci incamminammo verso casa. Tornammo sul viale Monza, ovunque c'erano morti e distruzione. Arrivati all'incrocio, percorremmo via Monte San Gabriele dove vedevo solo macerie e morti. Incontrammo gente che accorreva verso la scuola colpita, allora corsi verso l'oratorio cercando Don Ferdinando, per informarlo di quanto avevo sentito. Questi, inforcata la bicicletta, si precipitò verso la scuola. Tornato a casa, trovai mia sorella Mariuccia che fortunatamente si era salvata, a parte una piccola ferita che che si era procurata correndo verso casa. Sono tornato sul viale Monza, dove potevo vedere i binari del tram divelti, le case distrutte; un carro con la marmellata proveniente probabilmente dalla Brianza con il cavallo morto. Cercai il signor Edmondo, un meccanico che per poco o nulla riparava le nostre biciclette, si era salvato! Poi mi sono incamminato verso la scuola dove ho incontrato il signor Pioltelli, il nostro postino, ed il signor Cattaneo che gestiva una trattoria. Cercavano il modo di scendere nel rifugio della scuola per cercare i loro figlioletti. Trovarono un varco dal lato del cortile, io riconobbi l'ingresso del rifugio e li precedetti in quel buio pesto. Dopo pochi passi però, il signor Pioltelli mi prese per un braccio e mi rimando all'uscita, essendosi reso conto del rischio che stavamo correndo. Nel frattempo sul cumulo di macerie si accalcavano sempre più persone con l'intenzione di rendersi utili, ma senza fare caso al sovrappeso che gravava sulla soletta sovrastante la cantina; di li a poco infatti la volta cedette e quei due poveri genitori rimasero sepolti con i loro piccoli.
testimonianza di Maria Francesca Fontana
Quel mattino mi recai a scuola come ogni giorno (frequntavo la quarta elementare) e alle 11,30 suonò la sirena di "piccolo allarme". Ci avviammo subito verso il rifugio in cantina, ma, una volta nell'atrio, cominciò a suonare il "grande allarme" che la signora De Benedetti (mia insegnante morta nell'episodio) interpretò come "cessato allarme", mandandoci fuori verso casa. Appena fuori dalla scuola sentii qualcuno gridare "Eccoli la!" ed alzando lo sguardo scorgemmo gli aerei in formazione nel cielo sopra di noi. Restammo alcuni secondi a guardare lo spettacolo, poi la gente cominciò a gridare ed a scappare e i miei compagni di classe tornarono nel rifugio della scuola mentre io, disubbidendo, mi avvia di cosa verso casa. Dopo pochi metri cominciarono a piovere le bombe. Non sentii alcun rumore, ma mi trovai in mezzo ad un caos incredibile: polvere dappertutto, buoi pesto come di notte, pezzi di calcinacci e di muri che volavano, gente che gridava. Facevo fatica a respirare e mi sentivo scoppiare i polmoni ma continuavo a correre. Stavo per arrivare a casa quanto sentii un forte strattone ad un braccio perchè a pochi metri da me era caduta una bomba e lo spostamento d'aria mi aveva strappato la cartella dalle mani (la trovammo il giorno seguente che galleggiava nel cratere piena d'acqua per la rottura delle tubature), uccidendo un uomo che giungeva in bicicletta. Finalmente arrivai nell'androne di casa dove era pieno di gente che si faceva medicare dalla portinaia (aveva la cassetta del pronto soccorso) perchè anche il tram era stato colpito, le rotaie divelte. Ero spaventatissima, ma anche curiosa di notizie dei miei famigliari e compagni, ma restavo ad aspettare nel portone. Poco dopo arrivò mio padre che alla mia vista mi abbracciò piangendo a dirotto e mia madre con mio fratello, che quel giorno erano fuori, che manifestarono nello stesso modo la gioia di vedermi. Ero felice che fossimo ancora tutti insieme. Mio padre mi disse che aveva cercato come un disperato fra i corpi estratti dalle macerie della scuola e che l'intera costruzione era crollatan uccidendo tutti i miei compagni. Allora pensai alla mia compagna di banco Marina Della Valle e a tutti gli altri (di cui ora purtroppo non ricordo i nomi) e piansi. Il giorno dopo girovagai come intontita a guardare cio che rimaneva del quartiere. Non c'era piu acqua nè luce nè gas. Nella via Pirano era rimasta in piedi solo la mia casa e quella del civico quattro. La scuola, un cumulo di macerie, era piena di genitori che cercavano i propri figli tra i corpi che venivano allineati e, man mano che venivano riconosciuti, messi in casse di legno grezzo con una targhetta con il nome. Venivano poi caricate su camion militari (alcune, ricordo, avvolte nella bandiera tricolore) e portate in Chiesa per il funerale comunitario, erano decine e decine. Là c'erano tutti i miei compagni e questo mi riempiva di sgomento ancor più che l'essere sopravvissuta. Ricordo che di Elena Conte (frequentava la seconda classe) non fu più ritrovato nemmeno il corpo. Quell'anno noi sopravvissuti, una trentina, finimmo l'anno scolastico presso i locali di una circolo ricreativo che era stato risparmiato; si chiamava "il Boschetto".
testimonianza di Sergio Francescatti
E' una mattina come tante altre, con cielo limpido e soleggiato; sono in classe, dove frequento la seconda elementare. La nostra insegnante maestra Gazzina, ci sta spiegando come eseguire il compito a casa, il tema "Il mio quaderno". Le spiegazioni sono lunghe ed approfondite, nessuno sente il suono del primo allarme al suono del quale di solito ci affrettiamo a raggiungere il rifugio. La bidella, verso le 11,15, viene in classe per sollecitare la nostra discesa: per la premura si scrive solo il titolo del tema, mentre la data e il completamento delle spiegazioni vengono rimandate al nostro ritorno in classe (intanto suona il secondo allarme). Arrivato nel rifugio sento freddo e mi accorgo di aver dimenticato in classe il soprabito. Ritorno al secondo piano per recuperarlo, ma quando giungo davanti all'attaccapanni non riesco a prendere il mio indumento perchè non ci arrivo: questo indugio mi salverà la vita. Vedo uno scolaro più grande e gli chiedo di aiutarmi. Con il soprabito sul braccio e la cartella nell'altra mano comincio a scendere le scale al suo fianco; gli chiedo come si chiama, mi risponde: "Ambrogino". Arrivato all'altezza del pianerottolo del primo piano sento in lontananza i primi scoppi, con curiosità ed incoscienza tipica dei bambini ci affacciamo al finestrone delle scale ad osservare in lontananza gli aerei che sganciano le bombe. Rendendoci conto che gli scoppi si avvicinano sempre di più riprendiamo a scendere. Arrivati alla porta d'ingresso del rifugio Ambrogino dice: "Io vado a casa, tanto quanto sarà finito l'allarme sarà terminata anche l'ora delle lezioni". Lo seguo. Percorriamo il corridoio laterale per raggiungere una seconda uscita perchè quella principale è chiusa. Raggiunta la porta (sono circa le 11,30) l'edificio scolastico viene colpito. Sento un fortissimo boato, la percezione di precipitare nel vuoto, un acre odore di zolfo, vedo solo fumo e polvere. Passano alcuni minuti, mi ritrovo in ginocchio con il soprabito e la cartella stretti in mano e vedo gli occhi sbarrati e immobili di Ambrogino. Per istinto mi libero delle macerie che mi ricoprivano (fortunatamente non erano molte avendo la porta ed il pianerottolo creato una nicchia); non sono ferito tranne alcune estese escoriazioni e trovo quindi la forza di uscire e scappare... correre... correre a casa in viale Monza 158. Percorro la strada che di solito faccio con la mamma, le vie laterale Aristotele e Pirano (scelta questa che per la seconda volta mi salverà la vita, dal momento che se avessi percorso la via Monte San Gabriele ed il viale Monza sarei stato colpito da altre bombe). Ci vedo poco per la fitta polvere, piango e chiamo la mamma: all'altezza del numero tre di via Pirano vengo trovato da un conoscente, il signor Franco Rusconi, che mi prende in braccio per portarmi a casa. Riesco solo a dirgli: "Le scuole sono giù... i bambini sono sotto", poi svengo e da questo momento non ricordo altro. Il signor Rusconi, incredulo, va a verificare con altre persone e organizza i primi soccorsi.
testimonianza di Graziella Ghisalberti Savoia
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testimonianza di Elsa Libanori Grandi
Sono sorella di Fortunato, scampato al tragico bombardamento del 20 ottobre 1944, che a quel tempo frequentava la quinta elementare essendo nato il 15 giugno 1934 e di Giancarlo, nato il 15 maggio 1938 che frequentava la prima classe, purtroppo deceduto. Ricordo quel tragico giorno così: mi trovavo in via Agnello presso una sartoria, per imparare; avevo sentito suonare l'allarme poi più niente. Nel pomeriggio venne un cliente per ritirare dei capi e parlando con la titolare le raccontò l'accaduto. Quest'ultima, sapendo che abitavo a Gorla, mi disse che il tram per Sesto e Monza non effettuava regolare servizio perchè avevano bombardato la linea e mi consigliò di incamminarmi subito verso casa dal momento che avrei dovuto farmi a piedi la tratta da Porta Venezia a Gorla. Arrivata al capolinea di Porta Venezia sentii la gente dire che avevano bombardato Gorla colpendo anche la scuola elementare. Mi misi a piangere quando si avvicinò una signora che cercò di consolarmi dicendomi che gli scolari si erano salvati tutti, forse era disinformata o si trattava di una bugia detta a fin di bene. Iniziai a percorrere il corso Buenos Ayres ed il primo tratto di viale Monza ma quando giunsi a Gorla mi resi conto di quanto la verità fosse più amara. Davanti a casa trovai mio fratello Fortunato in lacrime, ricorderò sempre i suoi occhi sbarrati e il fatto che non riuscisse a dire una parola. La mamma non c'era perchè era davanti alla scuola. In quel momento arrivò mio padre di ritorno dal lavoro, anche lui era all'oscuro di tutto. Lavorava alla Pirelli Bicocca che in quello stesso giorno era stata bombardata. Entrambi ci recammo davanti alla scuola a cercare la mamma. Nei miei occhi è ancora vivo quel ricordo di straziante dolore. Lì trovai anche la sorella di mio padre che cercava suo figlio anche lui deceduto, si chiamava Masiero Gianfranco, aveva sette anni. Non avrei mai creduto di dovere rivedere continue stragi di bambini innocenti, ora sono nonna e mi domando sempre perchè anche i miei nipotini debbano vedere ancora queste orribili cose.
testimonianza di Don Angelo Majo, Arciprete del Duomo di Milano
Nonostante il rapido trascorrere del tempo, da quel 20 ottobre sono passati oltre cinquant'anni, nella mia memoria è sempre vivo il ricordo del bombardamento aereo che in pochi istanti travolse, con i loro insegnanti, più di duecento bambini delle scuole elementari tra i quali mio fratello Giuliano, la nonna e tre cuginetti. Ho ancora impressa nella mia mente l'immagine di mia mamma che, partendo a piedi da Gorla, era venuta in Arcivescovado, dove frequentavo gli studi per diventare sacerdote, a portarmi la tragica notizia del bombardamento che aveva distrutto un intero quartiere, mietendo centinaia di vittime. Rivedo, affranti, le mamme e i papà dei bambini sepolti sotto le macerie e i corpicini delle piccole vittime innocenti allineati nella vecchia chiesetta di San Bartolomeo dove il beato cardinale Schuster, tra i primi ad arrivare a Gorla, sostò in preghiera, dicendo sommessamente parole di conforto e di fede alle mamme in pianto. Nella mia abitazione di viale Monza 154, resa inabitabile, aiutai i miei genitori a porre in salvo le cose che il bombardamento aveva risparmiato, portandole in due camerette della casa parrocchiale che il parroco aveva messo a nostra disposizione. Ci saremmo rimasti lunghe settimane. Quando mio padre, scampato miracolosamente ad un grappolo di bombe gettandosi sotto ad un vagone di un treno fermo alla stazione di Greco, arrivò a casa, rimase impietrito dal dolore e da quel momento venne aggredito da crisi di cuore che l'avrebbero portato alla tomba. Giornata di lutto e di dolore che segnò la vita di tante famiglie e che i superstiti ancora oggi ricordano con immutata sofferenza, anche se confortata dalla certezza che i loro bambini sono stati accolti dal Signore in Paradiso insieme agli Angeli.
testimonianza di Augusta Martello
Lavoravo in una fabbrica a Precotto (Fratelli Menichini), mio marito era prigioniero in Egitto. Quel giorno sentimmo le sirene del grande allarme ed io, consapevole che avevo a casa due bambine ed uno alla scuola di Gorla, anzichè andare nel rifugio corsi a casa nascondendomi nelle siepi quando bombardavano. C'era un fuggi fuggi generale e la gente diceva che avevano colpito le scuola di Gorla e di Precotto. Corsi a casa per prendere le bimbe, una di quattro anni e l'altra di sette, che non avevo mandato a scuola perchè ammalata. Giunta nel cortile vidi i miei tre figli salvi; Gianni, il più grande, aveva marinato la scuola. Me li sono stretti al petto e sono corsa a scuola per vedere se si poteva fare qualcosa. Giunta sul luogo vidi che erano gia presenti gli uomini dell' U.N.P.A., i militari e la popolazione. Tutti si davano da fare per estrarre i morti, allineandoli per terra; ben pochi furono salvati. Nella scuola di Precotto i piccoli vennero messi in salvo grazie ad un sacerdote, Don Carlo Porro, che era riuscito ad entrare nel rifugio rimasto intatto, a Gorla invece il rifugio aveva resistito ma era rimasto vuoto, dal momento che i piccoli erano morti tutti sulle scale. Io ringraziavo Dio che i miei figli erano salvi, ma ripensavo a quegli aviatori americani, a come avessero potuto bombardare a tappeto tutta la zona, colpendo le fabbriche, ma soprattutto coinvolgendo la popolazione civile.
testimonianza di Nerea Mingozzi
Da parecchi mesi eravamo sfollati in Veneto, ma ai primi d'ottobre per l'inizio della scuola, rientrammo a Milano. Mio fratello Graziano faceva la qiunta, aveva dieci anni, era un ragazzino studioso, buono, giudizioso. Ricordo che era molto geloso di me: guai a chi mi faceva un dispetto o uno scherzo. Diceva:"E' mia sorella". Mi proteggeva ed io ero orgogliosa di questo. Il mio ricordo di quella triste mattina inizia alle 8, mi ricordo come se fosse ora, nel cortile della casa di ringhiera della Vecchia Gorla, in via Pisino 6, c'è un gruppo di otto bambini che si chiamano, gridano tra loro. Festosi, allegri, anche mio fratello ed io ci uniamo al gruppo incamminandoci verso la scuola, mentre le mamme dalle finestre ci salutano facendoci le ultime raccomandazioni. Ricordo l'appello in classe fatto dall'insegnante Contreras, una signora dolce: io ero la sua simpatia! Il ricordo si fà più vivo quando suona una sirena, sono circa le 11, la giornata è luminosa, il cielo limpido e trasparente. Qualcuno dice: "E' il piccolo allarme". Si temporeggia, l'insegnante raccomanda la calma, io mi ero già alzata dal banco; poco dopo scendiamo le scale. Le prime siamo noi della prima classe, ricordo il saluto della direttrice, passo davanti alla classe di mio fratello, lo vedo e gli faccio una linguaccia, lui ride e mi risponde: "Ci vediamo giu al rifugio". Saranno le sue ultime parole. Le scale proseguono verso sinistra per il rifugio, noi ci fermiamo per aspettare le altre classi. Alla mia destra c'è la porta d'entrata aperta, dico alla mia compagna: "Vado a casa, tanto ormai è quasi mezzogiorno e la scuola è finita". Senza pensarci troppo infilo il cancello e mi metto a correre, dietro di me qualcuno mi segue, non so quanti. Sento una voce che urla: "Tornate indietro, domani vi faccio sospendere!"; era il bidello che si apprestava a chiudere la porta. Poverino, è morto anche lui. So che ho corso come un leprotto fino a via Asiago dove, davanti alla chiesa, vengo raggiunta dallo spostamento d'aria di una delle bombe, probabilmente proprio quella che ha colpito la scuola. Mi rimetto in piedi ma torno di nuovo a cadere, per lo scoppio di un'altra bomba. Per la strada qualcuno riesce a raccogliermi ed a portarmi nel rifugio di casa mia. Le mamme mi domandano della scuola, io non so niente, sono sbigottita, faccio fatica a parlare. Chiedo dove sia la mia mamma e mi dicono che era andata al mercato di Turro, mi metto ad aspettarla, sentendomi più tranquilla. Lei, tornando da Turro, deve passare sul Ponte Vecchio e davanti alla scuola, dove sono passati pochi minuti dall'esplosione. Vedendo la scuola crollata, quasi impazzita, urla: "I miei bambini, i miei bambini!", cercando di scavalcare le macerie ancora piene di fumo e polvere e di un odore particolare che tuttora ricordo. Qualcuno cerca di tranquillizzarla dicendole: "Ho visto Nerea, i tuoi sono a casa". Lei con il cuore in gola si precipita per assicurarsi. Quando mi vede mi chiede: "E Graziano?", io le rispondo di non sapere dove sia, di averlo visto in classe poco prima di scendere in rifugio. Lei mi prende per mano ed insieme corriamo verso la scuola. Raggiunta la piazzetta ho visto scene che nella mente di una bambina di sette anni hanno lasciato un ricordo indelebile. Pochi minuti dopo, ricordo, ecco che tornano gli aerei a bassa quota, tanto da riuscire a vedere in viso i piloti, che ci mitragliano. Troviamo riparo nella cascina li di fronte. Torniamo per cercare mio fratello quando vedo una mano uscire dalle macerie, riconosco gli anelli della mia maestra, la signora Contreras. Vedo un bambino penzolare appeso solo per la cintura del grembiule ad una calorifero, riconosco un compagno di mio fratello. Arrivano poi i camion dei "caschi neri" (quelli della "Muti"). Questi allontanano tutti dicendo: "Sono tutti in rifugio, chiedono acqua". Fin qui ho tutto ben inciso nella mia mente, poi il ricordo si annebbia. Arrivata la sera nessuno di noi riusciva a dormire, era la prima notte senza mio fratello. Nei giorni seguenti ho potuto rivedere i miei compagni di scuola al Cimitero Monumentale, a quello di Musocco, nelle sale mortuarie dei vari ospedali. Dove andavano i miei genitori, io ero con loro. Alla fine riusciamo a ritrovare il corpo di mio fratello insieme ad altri bambini. Quello che mi ha fatto tanto male è di averli trovati tutti allineati per terra, tutti silenziosi, si sentivano solo i pianti strazianti dei genitori. Non mi sembrava giusto, loro così rumorosi, allegri, scherzosi. Ricordo poi i funerali, tutte quelle casse in legno grezzo, non su carri funebri ma su camion militari. Ricordo ancora i genitori che mi baciavano, mi toccavano, mi chiedevano perchè io fossi viva ed i loro figli no, non sapevo cosa rispondere. E' stato un periodo della mia vita che non potrò mai dimenticare.
testimonianza di Lidia Moioli
Quel giorno terribile non è facile da rievocare, avevo dodici anni e lavoravo già da una sarta mentre mio fratello Umberto frequentava la prima elementare. Abitavamo in via Monte San Gabriele, in uno stabile a ridosso della scuola: bastava girare l'angolo e Umberto era davanti al portone. Sembrava un giorno come gli altri e invece... Alle ore 11,20 suonò il piccolo allarme e mia madre, allertata dagli aerei che numerosi giravano sul nostro quartiere, corse a scuola a prendere mio fratello. In quell'attimo caddero le bombe che colpirono l'edificio. Mia madre, per lo spostamento d'aria, fu scaraventata lontano, non arrivando quindi al portone si salvò. Ricordo come fosse ieri il caos, le macerie fumanti, le urla delle mamme e dei papà che scavavano con le mani cercando di fare presto a liberare i bambini e poi la notizia che Umberto era morto con altri duecento scolaretti. Come descrivere tanta disperazione... Purtroppo restammo anche senza casa che era crollata insieme alla scuola; non avevamo più niente e venimmo ospitati da parenti. Dopo alcuni mesi la guerra finì, trovammo un nuovo alloggio e ricominciammo a vivere. Ad ogni famiglia coinvolta nella strage venne consegnato un fascicolo contenente scritti e fotografie dell'accaduto, che i miei genitori sfogliavano continuamente senza rassegnarsi mai. Un giorno decisero di bruciarlo nella stufa perchè si accorsero che rischiavano di perdere la ragione. Vorrei che le nostre testimonianze silenziose fossero urla per i sordi che anche oggi fomentano le tensioni fra i popoli, dimenticandosi quanto dolore ha causato la guerra a Milano ed a perenne ricordo sia di monito la morte di duecento vittime innocenti in quella tragica mattina.
testimonianza di Giancarlo Novara
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testimonianza di Maria Pannaccese
Come ogni mattina, insieme a mia sorella Mafalda ed a mio fratello Antonio mi recavo a scuola. Nel bel mezzo di una lezione sentimmo il suono dell'allarme che preannunciava l'ennesimo attacco aereo sulla nostra città. A causa di un'errata interpretazione di quei segnali, anzichè dirottare tutti gli occupanti l'edificio verso il rifugio attrezzato, venne organizzata l'evacuazione verso l'esterno dello stesso, affinchè ognuno potesse raggiungere la propria abitazione. Poichè l'uscita di tutte le classi non fu simultanea, mentre una parte degli alunni si trovò sul marciapiede, la maggioranza si trovava ancora all'interno dell'edificio quando dal cielo cominciò a cadere una pioggia di fuoco che in un attimo rase al suolo praticamente ogni cosa. Assieme a mia sorella riuscimmo a trovare riparo vicino ad una serra, fu la nostra fortuna. Terminato il bombardamento, spaventate, con i vestiti a brandelli ed i capelli in piedi ci avviamo verso casa. Ma il percorso si rivelò pieno di ostacoli, ad ogni angolo vedevamo solo scene di morte: un tram fermo in mezzo alla strada pieno di cadaveri, un cavallo senza vita vicino ad un albero e tante, tante altre visioni raccapriccianti. Raggiunta la nostra abitazione vedemmo sulla porta di casa mia madre che teneva in braccio altre due sorelline più piccole, alle sue spalle si intravedevano le macerie di quella che fino a pochi minuti prima era casa nostra. Appena ci vide tirò un sospiro di sollievo, ma si accorse subito dell'assenza di nostro fratellino Antonio. Prontamente tornai di corsa verso la scuola, dove vidi uno spettacolo indescrivibile: macerie e morti, morti e macerie. Molti uomini stavano scavando, con la speranza di trovare qualcuno ancora in vita; anche mio padre, appena informato dell'accaduto, contribuì a quel triste compito e fu lui stesso a localizzare il mio fratellino ancora vivo, ancora seduto nel suo banco; quanto fu difficile tirarlo fuori, ma quanto fu straziante a lavoro ultimato accorgersi che il suo piccolo cuore non batteva più. Mia madre rifiutava di riconoscere in quel corpo il suo bambino; quel mattino indossava calzini di colore azzurro e scarpe di camoscio, che invece andarono disperse sotto le macerie. Seguirono poi i continui pellegrinaggi all'obitorio dove erano state portate tutte le salme. La mia famiglia venne ospitata da parenti presso i quali rimanemmo fino a quando la nostra casa potè essere nuovamente abitata; ricordo le code alle cucine pubbliche con le tessere in mano per ottenere il cibo necessario ad un minimo sostentamento; venne quindi il giorno dei funerali con le piccole bare disposte su camion militari e la sepoltura in un campo appositamente predisposto nel vicino cimitero di Greco. A conflitto terminato, la generosità dei cittadini milanesi si concretizzò nella realizzazione di un monumento con annessa cripta-ossario nel quale oggi riposano i resti di quei bambini, esattamente nel luogo dove sorgeva la scuola: che nessuno dimentichi !
testimonianza di Bianca Pirovano Bremmi
Era la mia cara nonnina. Quel mattino era venuta a trovarmi, volevo trattenerla a mangiare con noi, ma volle tornare a casa sua. Inconsapevolmente aveva un appuntamento: accompagnare in cielo tanti piccoli bambini della vicina scuola. Nella Villa Angelica dove abitava, oltre a lei sono morte circa venti persone, distruggendo almeno quattro famiglie. Quel terribile 20 ottobre! Fortunatamente la mia piccola Carla di 8 anni, che era a scuola, ha fatto in tempo a correre a casa sana e salva. Solitamente andavo anch'io nel rifugio della vicina scuola, quel mattino, avendo in braccio l'altro mio figlio più piccolo, non riuscii a chiudere la porta di casa mia, così ci rinunciai salvandomi. Quindici giorni prima, una domenica pomeriggio, mi trovavo con mio marito nel nostro cortile e, guardando in cielo vedemmo un grosso cerchio di fuoco proprio sopra la scuola; era forse un tragico segnale?
testimonianza di Andreina Ravanelli
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testimonianza di Zelinda Rizzoli Cacciatori
Sono una delle tante mamme colpite al cuore quel 20 ottobre ma, dopo tutti questi anni ricordo con chiarezza lo svolgersi di quella terribile mattina. La mia piccola Ernestina faceva i capricci, non voleva assolutamente andare a scuola perchè non le avevo preparato il grembiulino nero, come si usava allora. L'ha convinta ad andare la sua amica del cuore che abitava nel nostro cortile e, tenendosi per mano, si sono avviate a studiare per non tornare più. Mi sono recata al lavoro. Alle 11,20 la sirena d'allarme e immediatamente è cominciato il bombardamento. Avvertita che era stata colpita la scuola di Gorla, mi sono precipitata con una corsa pazza sul luogo, trovando solo rovine e macereie fumanti; sotto c'erano i bambini. Scavavo con le mani, disperata, con altri genitori, ma venni pietosamente allontanata dicendomi che non potevo restare, che era tutto inutile perchè i piccoli delle prime classi erano morti tutti. Impietrita dal dolore mi incamminai verso casa; sotto il ponte del naviglio c'erano tanti adulti, morti e feriti, e tra questi la piccola Lucia Avanzi, l'amica di mia figlia, che era riuscita a scappare verso casa ma una bomba era scoppiata proprio in quel punto. La sua mamma, che stava correndo a scuola per prenderla, l'aveva trovata nel mucchio, con il collo spezzato. Quel giorno ha perso la vita anche un mio nipotino carissimo, Gerardo Rizzoli, figlio di mio fratello che abitava in via Tofane al 3. Una lapide in cortile ne ricorda ventuno, ma tutti insieme i bambini uccisi furono circa duecento. Oggi quasi tutte le mamme hanno raggiunto in cielo i loro angioletti, perchè sono passati ormai più di cinquant'anni.
testimonianza di Maria Luisa Rumi
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testimonianza di Luisa Sacchi
La famiglia Beccari era formata da mia zia Giuseppina detta Pina e da tre bambine: Wilma, Lilia e Stefania. Due frequentavano la scuola, la più piccola aveva due anni. Il giorno del bombardamento mia zia si recò a prendere le due bimbe, anche se la portinaia dello stabile di via Asiago, sapendo di altri bombardamenti, le aveva detto di lasciarle la piccola. La sua risposta fu lapidaria: se dobbiamo morire, siamo tutti insieme. La zia riuscì a trovare le due bimbe nei pressi della scuola, ma lo spostamento d'aria dovuto all'esplosione le investì, e tutte persero la vita. Mia nonna, che la attendeva di ritorno per il pranzo, non vedendola arrivare si mise in allarme. Mia mamma Vincenzina percorse la via Asiago, senza però trovarle. Informata su cosa era accaduto a scuola, iniziò il triste pellegrinaggio in tutti gli ospedali della città; Le ritrovò due giorni dopo, in un sotterraneo di un ospedale. Erano composte tutte insieme: 35 anni, 10 anni, 8 anni, 2 anni. Rimasi solo io, avevo 4 anni. Questa tragedia e la morte di mio zio materno di soli 33 anni in un campo di sterminio tedesco mi hanno fatto capire che la guerra rende a pochi e uccide tante persone che hanno avuto solamente la colpa di vivere, di calpestare questa terra, per poco, ma proprio poco tempo. Come la piccola Lilia di soli 2 anni.
testimonianza di Giulio Giuseppe Sanchi
Era una giornata bellissima quale 20 ottobre del 1944. Era un venerdi. Abitavo in un caseggiato insieme ad altre famiglie e questo voleva dire che, quando uscivo di casa per andare a scuola, incontravo per strada tanti amici, forse troppi. Comunque, in quel bel mattino d'autunno in parecchi decidemmo di marinare la scuola e di andare nei prati a giocare al pallone. Per la strada incontrammo Tonino Pannaccese, che era sempre il primo quando si parlava di bigiare. Quella mattina però non mi diede retta e, malgrado la mia insistenza, si avviò verso la scuola con la sua cartella a tracolla andando incontro al suo tragico destino. Le mamme erano tutte al lavoro e di solito venivano a sapere delle nostre marachelle solo nel tardo pomeriggio, al rientro a casa; la maggior parte dei nostri padri invece, era al fronte. Con noi viveva mia nonna paterna che svolgeva le faccende di casa e accudiva il mio fratellino di soli 4 anni. Quel mattino lo volli portare con me, me lo caricai qiundi sulle spalle e con gli amici ci dirigemmo verso i prati. Verso le 11,20 suonò l'allarme e sentimmo il rumore degli aeroplani. Guardai verso l'alto e li vidi: erano moltissimi. Ripresi sulle spalle mio fratello e mi misi a correre verso casa, insieme a tutti i miei amici. In un istante fu l'inferno. Mi rifugiai nell'atrio di un portone ma fui investito dalla vetrata, crollata per lo spostamento d'aria. Ero a piedi nudi perchè, non essendo andato a scuola, avevo tolto le scarpe per non rovinarle. Così, con tutti quei vetri per terra, avevo i piedi completamente tagliati, ma non sentivo assolutamente il dolore. Iniziai a correre verso il naviglio per rifugiarmi sotto il ponte dove c'era gia molta altra gente. Una delle bombe però cadde proprio vicino al ponte, nel naviglio in secca, e ferì gravemente o uccise tutti coloro che vi avevano trovato rifugio. Ricordo che li sentivo gemere e lamentarsi per il dolore, chiedendo aiuto. Arrivato a casa, con mio fratello sempre sulle spalle, trovai mia nonna che quando ci vide si mise a piangere di gioia. Verso mezzogiorno mia madre rientrò in bicicletta dal lavoro, disperata perchè aveva saputo che nel bombardamento era stata colpita anche la scuola. Le corremmo incontro, abbracciandoci e piangendo anche noi. In quella tragica mattina d'ottobre mi salvai per fortuna o per grazia ricevuta, ma persi oltre duecento amici.
testimonianza di Ambrogina Sironi
Sono Ambrogina Sironi, sorella di Ambrogio, nata nel 1946. Dai miei genitori ho saputo che quel mattino per mio fratello sarebbe stato il primo giorno di scuola. Aveva 7 anni ed avrebbe frequentato la seconda elementare. Era appena tornato dalla Valtellina, dove era sfollato presso una zia. Quel mattino però, Ambrogio non ne voleva proprio sapere di andare a scuola! La mamma l'aveva preparato e visto che abitavamo proprio di fronte alla scuola all'orario di inizio delle lezioni l'aveva mandato da solo; nel frattempo il papà era intento ad effettuare le consegne con il suo carro e cavallo. Arrivato a Turro un signore l'ha avvertito che aveva un bambino nella cesta del fieno sotto il carro. Era il piccolo Ambrogio, deciso a bigiare la scuola. Il papà la pensava diversamente. Girato il carro e tornato a Gorla ha accompagnato mio fratello a scuola. Per sempre. Ora anche lui riposa nella cripta ossario, sotto il monumento. Io porto il suo nome, il nome di un piccolo martire!
testimonianza di Annamaria Smidili
A quei tempi ero una scolaretta di seconda elementare, per mia fortuna quella mattina ero assente perchè avevo la febbre alta. Ricordo benissimo che mentre scoppiavano le bombe i vetri delle finestra andarono in frantumi cadendo sul mio letto. Terrorizzata sono scappata in cortile dove ho trovato mia sorella Rina che vagava seminuda: una grossa pietra le era caduta vicino, fortunatamente senza ferirla. L'ho presa per mano e ci siamo rifugiate sotto il portico con altre persone. La febbre mi era scesa di colpo. Eravamo sole a casa perchè mia madre era al lavoro in fabbrica, mia padre in guerra e mio fratello a scuola (solo dopo seppi che aveva bigiato). Io abito ancora in quella vecchia casa dove all'ingresso del primo cortile una lapide in marmo fatta dal papà di una bambina perita nel disastro della scuola, Luigia Scotti, ricorda a tutti le venti piccole vittime innocenti. Passo ogni giorno davanti a quella lapide e penso ai nostri compagni di giochi, al dolore delle loro famiglie ed al fatto che i nostri due nomi potevano essere incisi con i loro. So con certezza che nessun caseggiato, eccetto la scuola di Gorla, ha subito un numero così elevato di bambini morti in un solo giorno.
testimonianza di Giovanni Smidili
Abitavo in via Tofane 5, frequentavo la quarta elementare, mia sorella Annamaria invece era in seconda; ricordo con chiarezza questi avvenimenti, la mamma prima di andare al lavoro ordinò a mia sorella di stare a casa perchè era febbricitante, insieme all'altra mia sorella Rina di 4 anni. Io, con i miei amici Giulio, Lillino e Bruno, mi avviai verso la scuola e, non so spiegarmi la ragione, una volta arrivati davanti al portone decidemmo di bigiare; forse perchè era una splendida giornata ed avevamo voglia di giocare al pallone. Intravedemmo il bidello che si trovava vicino all'edicola di viale Monza e, per nasconderci, scendemmo la scarpata e camminammo fino al prato, attraversando il naviglio che in quel periodo dell'anno era in secca. Ricordo di aver riportato la cartella a casa e di essermi cambiato le scarpe per evitare che, tornata dal lavoro, la mamma si accorgesse di come avevo passato la mattina. Mentre giocavamo felici in mezzo al prato, vedemmo gli aerei che volavano nel cielo azzurro, ricordo la sirena d'allarme e, mentre le bombe cadevano sopra il quartiere colpendo la scuola, il suono della sirena del cessato allarme. Rimanemmo terrorizzati, non ricordo cosa fecero i miei compagni, io scappai verso casa e mi riparai in un negozio dove però rimasi poco perchè cadevano i calcinacci; tornai sulla strada e mi nascosi in uno spazio formatosi fra il palo della luce ed un muretto vicino al ponte del naviglio, in prossimità di casa mia. Rimasi in quell'angolo fino alla fine degli scoppi e quando tutto il polverone si depositò, vidi davanti a me solo morti e feriti; corsi subito a casa preoccupato per l'incolumità di mia sorella. Nel frattempo anche mia madre lasciò il lavoro temendo di trovarmi morto nella scuola, ma una persona la avvertì che mi aveva visto in strada dopo il bombardamento, ma che non era in grado di rinfrancarla sulle mie condizioni perchè avevo le labbra viola dal terrore. Giunto a casa mi accorsi di avere alcune ferite superficiali ed una piccola scheggia in una gamba. Purtroppo non ho mai saputo quanti della mia classe si sono salvati.
testimonianza di Giuditta Trentarossi Sala
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testimonianza di Pietro Luigi Volpin
Io sono nato dopo la guerra, quello che conosco lo devo ai racconti dei miei genitori. La mia famiglia era già stata sinistrata e viveva, come altri sfortunati, in una vecchia casa a ridosso dello scalo ferroviario di Greco; mia madre era incinta e imminente al parto. Quel giorno è da tutti ricordato come un giorno stependo: cielo azzurro e sole caldo. Mia sorella Rina, una scolaretta diligente, andava a scuola volentieri; per il suo carattere dolcissimo è ricordata con tanto affetto da una sua compagna di classe, superstite. Alle 11,20 circa una bomba sganciata da un aereo alleato centrava in pieno la scuola e causava la tragedia che tutti conosciamo. La notizia arrivò quasi subito a Greco. I miei genitori accorsero disperati e seppero che la loro figlia era tra i piccoli rimasti sepolti nei sotterranei; mio padre si unì agli altri genitori a scavare con le mani per cercare di liberare i piccoli dalle macerie. Quando la ritrovò si rese conto che era morta bruciata, probabilmente era venuta a trovarsi nell'immediata vicinanza dello scoppio. L'opera di riconoscimento fu atroce. Dopo dieci giorni mia madre mise al mondo una bambina a cui venne dato il nome di Rina, la sorellina tanto sfortunata. Mia madre, nei tempi successivi, si rimproverò sempre di non aver sentito quella mattina, dentro di sè, il presentimento o il desiderio di non mandarla a scuola a morire.
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testimonianza di Lucia Berardi
Eravamo venuti a Milano da Giovinazzo (Bari) in sei, mamma, papà e quattro bambini: Paolo nato nel 1936, io nel 1937, Isabella nel 1939 e Luigi nel 1941. Abitavamo in via Tanaro 6, zona Crescenzago, la nostra prima casa fu una vecchia cascina (ora demolita) ubicata fra due palazzi più nuovi, che avevano le cantine adibite a rifugi. Non avevamo nessuna comodità, l'ingresso era senza portone e internamente si sviluppava su tre lati, a ferro di cavallo (tipica cascina lombarda); le abitazioni erano a uno o due piani, e tutti gli usci si aprivano sul cortile comune. A destra c'era una grossa pompa per attingere l'acqua dal pozzo. La parte centrale comprendeva, oltre ad alcune abitazioni, due gabinetti utilizzati da tutte le famiglie e la pattumiera situata in una buca profonda delle dimensioni di circa due metri per quattro, chiusa da un pesante coperchio in legno borchiato dotato di una piccola botola per permettere alle persone di gettare i propri rifiuti. Il mio ricordo è legato a questi dettagli perchè mio papà, quel terribile giorno, al suono della sirena d'allarme fece uscire tutti noi di casa per condurci al rifugio di via Ponte Nuovo 5, ma vedendo nel cielo azzurro che gli aerei già sganciavano le bombe a pioggia, ebbe paura di non fare in tempo ad attraversare il cortile e d'istinto ci infilò tutti nella pattumiera, dove rimanemmo fino alla fine del bombardamento. Il terrore in quei momenti fece sragionare tutte le persone, grandi e piccole, ed in quel momento per il mio papà era stata la cosa più giusta ed immediata da fare. Una soluzione che potrebbe far sorridere, se non fosse legata a quel giorno tanto triste e drammatico.
testimonianza di Giorgio Bettini
Sono nato a Milano il 17 maggio 1936. Superstite della scuola elementare Francesco Crispi di Gorla, che frequentavo con mio fratello Mario (nato nel 1934 e deceduto adulto) nella seconda e quinta classe. Il ricordo del 20 ottobre è rinnovato ogni anno, quando partecipo alla commemorazione dei Piccoli Martiri, scolaretti tanto sfortunati. Guardo il monumento e ripenso alla mia scuola e a tutto quello che è successo alle ore 11,30 circa. Da via Pisino 4, dove abitavamo, io e mio fratello Mario insieme al nostro amico Antonio ci incamminammo sereni verso la scuola; c'era un bel sole e sembrava primavera. Antonio raccontava con entusiasmo la trama di un film musicale che aveva visto in un cinema di viale Monza; gli era piaciuto tanto e si era divertito. Arrivati davanti al portone ci disse: "E stato troppo bello, finchè avrò vita non lo dimenticherò mai...". Ci salutammo ed entrammo nelle nostre classi, dandoci appuntamento all'uscita per tornare a casa insieme. Le lezioni erano quasi al termine quando sentimmo le sirene d'allarme. Quando succedeva la mamma raccomandava di scappare a casa subito, quindi fuggimmo come lepri verso l'uscita. Trovati però i cancelli chiusi decidemmo di scavalcare il muretto di cinta insieme ad altri ragazzi. Iniziato il bombardamento riuscimmo ad entrare nel portone della cascina che si trovava sul lato sinistro della scuola, verso il naviglio, e da li raggiungemmo la stalla dove ci sentivamo sicuri e protetti. Fuori c'era il finimondo. Quando il silenzio totale sostituì l'assordante rumore dovuto agli aerei nel cielo sopra il quartiere, alle bombe che scoppiavano, agli edifici che crollavano, provammo ad uscire senza però vedere niente. Tutto era avvolto in una nebbia fitta, che scoprimmo poi essere polvere, macerie, distruzione e morte. Una parte della cascina ed alcune case adiacenti erano crollate, un'ala della scuola non c'era più, i nostri compagni che stavano scendendo nel rifugio, sotto le macerie senza scampo. Correndo verso casa sentivamo solo urla. Incontrammo la mamma disperata in via Asiago e ci abbracciammo stretti senza riuscire a dire una parola. Nel caseggiato dove abitavo molti bambini quella mattina non tornarono da scuola, il dolore e la desolazione entrarono nella vita di tante famiglie; la mamma veniva guardata con invidia dalle altre mamme colpite dalla tragedia. Il mio amico Antonio, coetaneo di mio fratello Mario e suo compagno di classe, morì sotto le macerie della scuola, forse pensando a quel bel film musicale, mentre noi con il passare degli anni ricordavamo la sua frase: "finchè avrò vita...". Avrebbe avuto solo quattro giorni: dalla domenica precedente a venerdi 20 ottobre 1944, e tre ore: dalle 8,30 alle 11,30 circa... Questa è la mia testimonianza, per non dimenticare mai.
testimonianza di Silvio Bertolotti
Mi chiamo Silvio Bertolotti, sono un ex pompiere di Milano, da anni abito a Baveno (Verbania). Prestavo servizio in un distaccamento presso le scuole di via Ravenna, verso Chiaravalle. Da poco era morto mio padre e mio fratello era militare, per questi motivi avevo chiesto il trasferimento per essere vicino a mia madre che era a casa da sola. Ricordo che quel tragico mattino, con la mia squadra, fummo chiamati di buon ora a domare un incendio scoppiato nella stalla di una caserma a San Donato Milanese, mitragliata dal ricognitore notturno detto "Pippo". Al nostro ritorno ci dissero di recarci subito a Gorla, dove avevano colpito la scuola elementare e tante altre case. Sul posto, oltre ai parenti ed ai soccorritori, c'erano già alcuni nostri compagni provenienti dalla caserma di via Benedetto Marcello. Il capo di costoro lo conoscevo bene, si chiamava Garlaschini. Avevano già recuperato tanti piccoli corpi inanimati, fra questi anche quello di suo figlio Riccardo di sei anni. Con questo povero papà, tanto provato dalla vita, nel dopoguerra ho lavorato a lungo nello stesso gruppo. Io ho 86 anni, ma quando penso a quel terribile giorno mi emoziono ancora. A voi che siete più giovani dico: mantenete alto il ricordo, che quei piccoli non siano morti invano...
testimonianza di Renata Anna Caretta
Sono Renata Anna Caretta, nata nel 1946. I miei familiari hanno voluto chiamarmi così per ricordare due bimbe, Renata di undici anni e Anna di sei, purtroppo tolte alla mia famiglia nella grande tragedia che è stata il bombardamento della scuola di Gorla, oltre al cuginetto Luigi di sette anni ed a tutti i loro amichetti che frequentavano la stessa scuola. I miei ricordi iniziano dal periodo in cui, ancora piccola, ho iniziato a capire cosa significava la data del 20 ottobre per la mia famiglia e per tutto il quartiere di Gorla. Ricordo che quel giorno con il passare degli anni era sempre uguale, sempre un giorno di lutto, come se il tempo non passasse mai; fino a che i miei genitori sono avanzati negli anni ed io mi sono sposata avendo a mia volta dei figli. Quella data è sempre stata sacra, un giorno di preghiere e di ricorrenza nel dolore; un giorno, ogni anno, in cui nella nostra casa non esistevano ne radio, ne giradischi, ne televisione. Ed anche oggi che di anni ne ho 54 (la testimonianza è del 2000) e che i miei genitori non ci sono più, si affacciano alla mia mente tutto ciò che mia madre mi raccontava: quella mattina, visto che mio padre si trovava al fronte, si trovava al lavoro in fabbrica per provvedere al sostentamento della famiglia composta anche da due figlie: Wilma di un anno ed Emilia di 14 anni che si occupava della casa e delle mie sorelline in assenza della mamma. Renata e Anna non volevano andare a scuola, contrariamente a quanto succedeva di solito e solo dopo le insistenze di Emilia, che spiegò loro che questo comportamento avrebbe causato un dispiacere alla mamma già costretta a tanti sacrifici, si convinsero ad andare a scuola. Quando suonò l'allarme, Renata insieme ad altri ragazzi era riuscita a scappare ma arrivata ormai in prossimità della casa si ricordò di aver lasciato a scuola la sorellina più piccola, Anna. Sentendosi responsabile di quanto poteva accaderle tornò di corsa verso la scuola dove il destino aveva deciso per entrambe la stessa fine; questo dettaglio venne poi confermato da alcuni nostri vicini di casa che la incontrarono sotto il ponte di via Tofane incitandola a correre a casa, ma lei ribadì che doveva tornare a scuola perchè aveva dimenticato la sorellina. Altra tregedia fu dopo alcuni mesi quando papà, che era dato per disperso rientrò a casa, felice di vedere nuovamente la famiglia unita, quella famiglia di cui da tempo non aveva notizie; ma la sua felicità durò poco, fino a quando cercando le sue bambine scoprì che non le avrebbe più riviste, perchè la guerra gliele aveva portate via. Non erano bastate tutte le sofferenze che aveva dovuto sopportare in sette anni di guerra in Russia e di prigionia in Africa, il destino aveva gli aveva riservato anche questo colpo. L'unica consolazione, oltre a quella di aver trovato almeno la mamma ancora viva, fu la mia nascita 19 mesi dopo la disgrazia per riempire un piccolo spazio nel grande vuoto incolmabile della loro vita. E' pur vero che io portavo il nome di entrambe le bambine scomparse, ma fisicamente ero una sola, così i miei genitori seppur distrutti dal dolore, dopo tre anni giunsero alla decisione di mettere al mondo altri due gemelli, che chiamarono Anna (come la loro piccolina) e Luigi, come il loro nipotino scomparso quella mattina.
testimonianza di Luigina Comparin
"Loredana è a scuola...". Mamma e babbo l'aspettano sempre (da anni ormai l'hanno raggiunta). Questa è la frase scritta sul retro della fotografia scattata nella sua casa, seduta alla scrivania del papà, che mi donarono i suoi genitori, la data sul retro: 20 ottobre 1944. Sto ricordando la mia cara amichetta Loredana Calabrese di sei anni, anche lei scomparsa in quel lontano, triste mattino. Anch'io avevo sei anni, frequentavo la prima elementare, mi salvai perchè quel mattino avevo la febbre. Udii il suono dei vari allarmi e vidi l'arrivo degli aerei dalla finestra della cucina nella quale mi trovavo insieme al nonno. Gli aerei scintillavano nel cielo terso e avanzavano verso il nostro rione. Li vidi molto bene (allora non c'erano i palazzi nelle vie adiacenti, erano quasi tutti prati) anche se la mia casa si trovava solo al piano rialzato. Nel nostro palazzo vivevano altri bambini: Edvige e Franco Andreoni, gemelli di sei anni, Anna Maria Pioltelli, anche lei di sei anni, Adriano Moroni, di nove anni. Ci salvammo in due, io e Valter Filippi, che poi si è consacrato Sacerdote Salesiano.
testimonianza di Matilde D'Andrea in Corba
Mi chiamo Matilde D'Andrea, nata a Milano (rione Crescenzago) nel 1938. Dei tanti miei amichetti purtroppo oggi mancano quattro innocenti perchè la via Tanaro ai numeri 4, 6, e 8 ebbe le sue piccole vittime. Ivonne e Giovanna, due sorelline sfollate sul lago di Garda, morirono con altri bambini del luogo perchè una bomba colpì la loro scuola; Diana il giorno 6 febbraio 1945 a causa di un mitragliamento aereo mentre attraversava il cortile per correre in rifugio. Il piccolo Guido raccolse una bomba a mano inesplosa, che gli scoppiò tra le mani sulla porta di casa. Fece un buco nella ringhiera del secondo piano e finì in cortile, come un mucchietto di stracci fumanti. Per i miei genitori, dopo la tragedia di Gorla, pensare che fossi ancora viva era una benedizione di Dio. Il giorno 20 ottobre 1944 si trovavano al mercato di via Giacosa e non avendo ben capito quale scuola fosse stata centrata dalle bombe corsero in via via Bottego, a Crescenzago, dove c'era mio fratello Lorenzo (io mi trovavo sfollata a Pescara). Mio padre tornò a Gorla e non dimenticò mai più l'orrore di tutti quei bambini scomparsi. Purtroppo in quegli anni terribili eravamo abituati ai funerali dei bambini anche per altre cause: le privazioni e il gran gelo. Molti neonati non sopravvivevano, venivano messi dalle mamme sui comò tra i fiori, sembravano bambolotti di cera, e poi ricordo nelle vie mesti cortei, con mattoni mattoni caldi nelle mani, perchè il freddo era insopportabile. Finita la guerra ogni giorno nel mio cortile c'era una moltitudine di bambini, si rideva, si cantava, si giocava urlando forse troppo. Dalle ringhiere alcuni inquilini infastiditi ci gridavano di smettere, ci minacciavano con le scope e gettavano secchi d'acqua. I miei genitori, uniti ad altri tolleranti, ci difendevano ricordando che dovevano sentirsi fortunati di avere ancora tanti bambini con la gioia di vivere dopo la terribile esperienza della guerra e di pensare alle povere mamme di Gorla e ai loro cortili tristi e desolatamente vuoti.
testimonianza di Don Valter Filippi (intervistato dal Prof. Franco Mereghetti per il fascicolo "Cammino di Pace")
Il 20 ottobre 1944, venerdi, era una bellissima giornata. Avevo nove anni e frequentavo la quarta elementare. Alle 11,15 ero in classe, nella scuola, quando è suonato il piccolo allarme e, subito dopo, il grande allarme. Eravamo al primo piano, siamo usciti dall'aula per andare in rifugio. Siamo passati davanti all'ufficio della Direttrice, l'abbiamo vista e l'abbiamo salutata. Sentivamo il rumore degli aerei. Non siamo riusciti ad arrivare al rifugio...c'erano tutte le classi nella tromba delle scale, tranne la quinta maschile che aveva l'aula al piano terra ed ha fatto in tempo ad uscire; un ragazzo di questa quinta è rientrato perchè voleva portare con se il fratellino di prima. Sono morti tutt'e due. La bomba ha colpito la tromba delle scale ed ha svuotato le aule del primo e del secondo piano. Ad un certo punto mi è parso di volare, la cartella mi è stata strappata ed ho perso tutti i vestiti per lo spostamento d'aria. Sono finito sotto un cumulo di macerie insieme ad altri. Le travi cadute sopra di noi si sono disposte casualmente in modo da lasciarci una cassa d'aria. Per questo io e tre altri ragazzi ci siamo salvati. Il bombardamento è avvenuto alle 11,27. Io sono stato estratto alle 14,00. Per un certo tempo sono svenuto; poi ho parlato con i compagni, ho pregato. Il mio compagno di banco Bombelli aveva una ferita alla testa. Non potevo toccarlo perchè gli facevo male. Prima di morire ha detto: "Saluta la mia mamma, dille che non ho sofferto". Avevo un braccio che usciva di poco dalle macerie. Ho sentito il freddo di un badile, l'ho toccato, il badile ha oscillato ed i soccorritori mi hanno trovato; sono stato il primo ad essere estratto dalle macerie, poi è toccato agli altri tre. Avevo ferite non gravi e mi hanno portato all'Ospedale di Niguarda. Alla sera un'infermiera mi ha riaccompagnato a casa, in viale Monza 156; la casa aveva subìto qualche danno ma era rimasta in piedi. C'erano i miei genitori che mi avevano cercato senza trovarmi. Il tram da Niguarda arrivò a Loreto o a Turro, non mi ricordo. Dovemmo fare un pezzo a piedi: le rotaie erano divelte. Mi ricordo, sul tram, una bambina con un cappotto rosso che mangiava pezzi di grana. C'era suo padre con lei, ha visto che avevo indosso solo il pigiama dell'Ospedale e mi ha dato il cappotto della bambina, accompagnandomi fino a casa con l'infermiera. Nel caseggiato di viale Monza 156 tutti i bambini, maschi e femmine, dalla prima alla quarta, morirono. Io solo sono sopravvissuto. Le altre mamme guardavano me, me e la mia mamma con un sentimento che non so definire.
testimonianza di Don Ferdinando Frattino (tratta da Terra Ambrosiana del Luglio-Agosto 1994)
L'Arcivescovo comparve dopo le 13 sul luogo dell'incursione. dovevo essere nella scuola a fare lezione di religione, ma quel giorno per impegni parrocchiali non ci andai. All'allarme tennero dietro quasi immediatamente i primi scoppi. Non ci si rese conto... Ci sentimmo come svuotati dal di dentro per lo spostamento d'aria. Bombe un po' dappertutto, ma il dramma più grosso fu la scuola. Accorsi e mi trovai di fronte ad un mucchio di macerie. Le scale erano crollate insieme ai bambini che stavano scendendo. Gli alunni che erano arrivati per primi al piano terreno li trovammo seduti, come se dormissero; quelli sulle scale rovinati e schiacciati. Appena il Cardinale mi vide sporco e lacero mi chiamò due volte per nome: Don Ferdinando! Don Ferdinando! Mi conosceva bene perchè avevo frequentato il seminarietto e mi incontrava spesso nel suo palazzo. Lavoravamo tutti per rimuovere le macerie e per estrarre i piccoli, sperando di trovare qualche superstite, ma affioravano quasi solo vittime. Otto ragazzi rimasero vivi perchè difesi da un plafone retinato, crollato ma non distrutto. Uno di loro si chiamava Valter Filippi, divenuto poi Sacerdote Salesiano. Ho saputo che molti bambini hanno pregato finchè la loro bocca non si è riempita di terra. Le mamme prendevano in braccio i loro bambini come se fossero ancora vivi e scappavano via, scena di comprensibile strazio e di grande pietà.
testimonianza di Eufemia Galimberti Monfrini
Mi chiamo Eufemia Galimberti, ho novantatre anni, durante la guerra abitavo a Gorla in viale Monza 154. Purtroppo non ho mai dimenticato quello che è successo il 20 ottobre del 1944, indelebile è rimasto nel mio cuore il dolore per la perdita di mio figlio Bruno di sei anni, scolaretto di prima elementare alla scuola Francesco Crispi. Quel mattino ho accompagnato mio figlio a scuola, il cielo era di un azzurro luminoso. Strada facendo gli parlavo del fratellino che sarebbe nato presto, perchè ero incinta di otto mesi e felice di regalargli un compagno di giochi e Bruno era impaziente di vederlo; lo lasciai davanti al portone e tornai a casa come sempre. Era quasi mezzogiorno quando suonarono le sirene d'allarme e su Gorla arrivarono gli aerei con il loro carico di morte, sganciarono le bombe e per noi fu la rovina. Intuii quello che stava capitando e cessato il bombardamento corsi verso la scuola, da mio figlio. Dappertutto vedevo solo case distrutte e cumuli di macerie; la scuola non era più intatta, una parte era crollata. Fu una visione spaventosa. Bruno era là sotto. Improvvisamente un'oscurità portò via mio figlio e tanti altri martiri innocenti; quell'oscurità scese anche nella mia anima, e ancora oggi mi chiedo se è stato solo un brutto sogno oppure la realtà, un dolore perenne da non dimenticare mai. Scavarono in tanti, chi con le mani, chi con altri mezzi e fortunatamente trovarono dei superstiti. Il mio Bruno venne trovato il giorno dopo e in seguito mi resero anche la sua cartella che conservo in una busta di seta azzurra, ricamata con le mie mani; ho gia dato disposizioni ai miei familiari che quando morirò la voglio con me. In quel triste giorno persi anche due nipotini, Rolando e Rosalina Galbiati, rispettivamente di otto mesi e tre anni; morirono nella loro casa e la loro mamma, mia sorella, restò ferita gravemente ma si salvò. Questa è la mia testimonianza.
testimonianza di Fortunato Libanori (tratta da Famiglia Cristiana del 1974)
Sono nato a Gorla; mio padre ha fatto per 32 anni l'operaio alla Pirelli. Siamo d'origine veneta, in provincia di Rovigo, dove quell'estate del '44 eravamo sfollati noi cinque fratelli. Poi l'avvicinarsi del fronte convinse i nostri genitori a riportarci a Gorla, per paura di restare separati. Quella mattina andai a scuola con mio fratello Giancarlo, che frequentava la prima elementare, e con mio cugino Giancarlo Masiero, che era in terza. Quando suonò l'allarme, a noi grandicelli il maestro disse di svignarcela di corsa. E così facemmo. Dopo cento metri successe il finimondo. Mi ritrovai sbattuto sotto l'androne di una casa, in mezzo ad un polverone che sembrava nebbia di novembre. Tutti gridavano, correvano, specialmente le mamme. Noi ragazzini, nonostante il cordone di pompieri, di militi dell'U.N.P.A., di vigili, di guardie repubblicane, riuscivamo a farci avanti sulle macerie, per cercare di rivedere i nostri compagni. Mio fratello e mio cugino li ritrovarono soltanto due giorni dopo.
testimonianza di Angela Locardi (tratta dal fascicolo "La strage degli innocenti" del 1944)
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testimonianza di Sergio Mattusi (tratta da "La mia guerra" del 1990)
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testimonianza di Antonio Recli
Quel 20 ottobre 1944 era una bella giornata: il sole splendeva nel cielo azzurro come in primavera. Io avevo nove anni e frequentavo la quarta elementare e come ogni mattina mi avviavo verso la scuola "Francesco Crispi" con la cartella pesante ed il cuore leggero come si addice ad ogni bambino, nonostante fosse tempo di guerra. Non potevo certo immaginare la tragedia che di lì a poco avrebbe segnato per sempre il quartiere di Gorla distruggendo la vita di tanti bambini innocenti, dei miei compagni di gioco, e delle loro mamme che non avrebbero piu potuto riabbracciare i loro piccoli. Ma ve lo immaginate il non-ritorno da scuola di un bimbo di sei, sette, otto, nove, dieci anni ? Non che sia stato più facile accettare il non-ritorno di una moglie e maestra elementare... Beh, io alla bella età di nove anni non riuscivo proprio ad immaginarmelo, nonostante fossi quasi abituato all'allarme che annunciava le incursioni aeree anche nel mezzo della notte. Alle 11,15 circa suonò il piccolo allarme (la sirena emetteva suoni brevi che annunciavano l'avvicinarsi degli aerei alla città), seguito a qualche minuto di distanza dal grande allarme (la stessa sirena emetteva suoni prolungati ad annunciare che il pericolo si faceva più imminente). Immediatamente, la nostra maestra, signora Nosetto, ci radunò fuori dall'aula che si trovava al primo piano per scendere nel rifugio. Il rifugio della scuola era uno scantinato puntellato da pali di legno che avrebbero dovuto sostenere il soffitto, ma che ahimè, quella mattina non servirono a salvare le vite dei bimbi che vi si trovarono. Io ed alcuni miei compagni ci attardammo per osservare dai finestroni quello che, nonostante il pericolo, alla curiosità infantile appariva come un attraente spettacolo: il folto stormo di bombardieri ad alta quota era gia sopra di noi e ciò che maggiormente attirò la nostra attenzione fu una nutrita quantità di palloncini luccicanti (così ci dicevamo additandoli !), che scendevano dal cielo... erano proprio le bombe che ci permisero a malapena di raggiungere le scale e scendere i primi gradini che conducevano al rifugio. A questo punto udii un sibilo assordante e mi voltai verso le grandi finestre, quando improvvisamente l'edificio si aprì in uno squarcio che mi lasciò vedere il cielo azzurro, poi un lampo mi accecò, sentii la cartella sfuggirmi dalla mano e più nulla. Ripresi conoscenza dopo almeno due ore: ero immobile sotto il peso delle macerie, fortunatamente a testa in giu, cosicchè riuscii a respirare fino al momento del salvataggio. Al mio risveglio in quella posizione il primo suono che udii furono le picconate dei soccorritori, poi il pianto ed i lamenti dei miei compagni che chiamavano le loro mamme, alcuni pregavano ed altri dicevano di non farcela più, molte voci ricordo che si spensero improvvisamente mentre i colpi di piccone si avvicinavano per salvare me ed altri miei tre compagni: soli sopravvissuti in quel punto a ricordare ciò che vorrei nessuno dimenticasse. La tragedia continuò per mesi e mesi, nella disperazione delle mamme ed anche nell'angoscia di noi pochi sopravvissuti, senza più gli amici di un tempo con cui giocare e con uno sguardo preoccupato sempre rivolto verso il cielo: da quel momento, per noi, mai più luogo spensierato di luccicanti palloncini.
testimonianza di Emilia Sala Pacchetti
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testimonianza del Dottor Ennio Serio
Tra i tanti ricordi tristi della seconda guerra mondiale quello che mi è rimasto maggiormente impresso nel cuore e nella mente è la visione, nella vecchia chiesetta di Gorla, di parte dei 200 bambini uccisi dal bombardamento della scuola. Ero militare e fui comandato a far parte del picchetto d'onore che presenziò alla cerimonia religiosa e poi scortò il corteo funebre sino al cimitero di Greco. Che tristezza! Ho sperato che nel mondo non accadessero più guerre che provocano il sacrificio di tante vite umane e di piccoli innocenti, ma invece...
testimonianza di Marisa ed Ernestina Sivieri
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testimonianza di Elisa Zoppelli Rumi
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